VINCENZO SCHIAVIO
Luoghi: Veleso

Vincenzo Schiavio nacque il 19 luglio 1888 nella frazione  Gorla.

Suo padre, Carlo Schiavio, morto nel 1902, era un imprenditore assai avveduto e di idee socialmente avanzate: titolare di un' azienda tessile, fu sindaco di Veleso e contribuì allo sviluppo del luogo aprendovi una scuola elementare e uno spaccio per operai. La madre, Maddalena Venturi, piemontese, morì nel 1934, dopo aver provveduto a completare l'educazione del figlio, che aveva dovuto lasciare il collegio ticinese di Riva San Vitale, dove era iscritto, per tornare a casa in seguito alla prematura scomparsa del padre.

Costretto dalle circostanze a guadagnarsi da vivere ancora ragazzo, Vincenzo trovò impiego in una tintoria, poi in uno stabilimento serico di alcuni parenti; intanto, sfogava la sua passione per la montagna, compiendo lunghe escursioni, e si dilettava a dipingere con sempre maggior impegno.
Fu però  la Prima Guerra Mondiale  a consacrarlo pittore.
Destinato, come Alpino sciatore, alla linea di difesa della frontiera sull'Adamello, si estasiò davanti alla solenne bellezza dei ghiacciai e, con l'aiuto di pastelli e qualche tubetto di colore a olio che gli inviava la madre, su pezzi di cartone, coperchi di cassette delle munizioni, fogli di taccuino, cercava di ritrarre le montagne e scene della vita di soldato.

Al termine del conflitto, espose in una mostra a Villa Olmo i suoi primi lavori.
Tema dominante della sua passione, la montagna, sulla quale trascorreva la maggior parte del suo tempo, in lunghe passeggiate solitarie, con matita e carta nello zaino. Nel 1929 si sposò con una comasca, Rachele Molinari, che lo spronò a continuare, nel nuovo studio in via Domenico Fontana, 2, la sua attività di pittore, dandogli una relativa tranquillità economica.
Tecnicamente si era fatto esperto, gli studi e l'osservazione delle opere di maestri della "linea lombarda", specie di Segantini, gli avevano fornito l'indirizzo per un modo di dipingere che gli pareva felicemente idoneo soprattutto per valorizzare al massimo gli effetti di luce. Nel nome e nell'esempio di Segantini maturò anche la sua amicizia con Carlo Fornara (Prestinone 1871-1968), che andava spesso a trovare nell' eremo in Val Vigezzo.
Spartano di abitudini e schivo, tutto immerso nel suo ideale di trasfigurazione della realtà, fece anche dell'alpinismo una sorta di disciplina. Fu sciatore provetto e agile scalatore, aprendo con altri alcune vie nuove nei gruppi del Bernina e delle Retiche Occidentali. Consigliere della sezione comasca del CAI per molti anni, voleva che tutti intendessero la montagna come la vedeva lui, palestra per provare forza e volontà al limite della resistenza umana.
Soltanto nel 1950, l'anno della sua partecipazione alla XXV Biennale di Venezia (venne esposto un dipinto fra i tanti - una trentina - da lui inviati, "Pian del Tivano", nella sala XIV dedicata agli artisti italiani), conobbe il successo oltre la cerchia provinciale. L'anno dopo, il 1951, figurò fra gli espositori anche della VI Quadriennale d'Arte di Roma (con il dipinto "Laghi alpini"): e la sua fama andava estendendosi, quando fu colto da un male incurabile. Pochi mesi di sofferenze, poi la morte. Era il 9 settembre 1954.
Alla memoria, gli fu assegnata la "Stella del cardo" del CAI nel 1954. Due lapidi commemorative vennero poste nella Capanna Volta e nel palazzo Comunale di Veleso, dove sono esposte alcune sue opere. I suoi quadri si trovano in numerose collezioni private e nella pinacoteca del Comune di Como.